Presenze inafferrabili – Luciano Caramel

dalla presentazione della personale presso la Galleria San Carlo, Milano 2002

Fin dal 1995 l’artista lascia spazio ad una scansione sì ancora energetica, per il mantenimento di tagli diagonali, ora però sintetici e giocati sulla contrapposizione di due sole, ampie, zone cromatiche, che nell’anno successivo si attesteranno sulla partizione del campo lungo un’ unica direttrice orizzontale, base di avvio per l’immediata adozione, nel medesimo 1996, di una strutturazione decantata, con due parti proporzionalmente diverse che trovano distinzione e insieme congiunzione in strisce orizzontali più luminose, talora, in specie nelle immagini svolte in larghezza più che in altezza, quasi evocanti degli orizzonti. Che, anzi, risulta molto accentuata la valenza di un interiorizzato spessore meditativo – nella pittura, sempre, non in essa riflesso -, ribadito nei titoli: L’oblio della nostalgia, L’archetipo eterno, dapprima, e poi, ripetutamente, Tavole di meditazione. Che sono tra i raggiungimenti maggiori dell’artista, sul registro di una laica spiritualità, col potenziamento di quella smaterializzazione, di cui s’è detto, attraverso la luce, molto intensa nelle fasce che tagliano orizzontalmente, a diversa altezza, la superficie, quasi a rimandare ad una dimensione altra, non contingente, e diffusa nelle campiture risultanti dalla partizione dell’immagine. Oggetto, nel lavoro più recente, di una elaborazione più complessa, nella diversa saturazione del colore, e nell’articolazione stessa della struttura, spesso entro grandi dimensioni, nel passato non sperimentate. Con risultati di notevole suggestione, con un arricchimento dello spessore cromatico-luminoso del dipinto e, in esso, del messaggio. Ancora, tuttavia, ad un grado intenzionalmente elementare, di per se stesso significante, in una direzione che esclude la possibilità medesima di riduzioni minimaliste, nel senso formale del termine. Anche allorché l’immagine si fa più definita, per l’accamparsi perentorio al centro della superficie, cromaticamente chiara di un elemento geometrizzante. Che risulta d’altronde come sospeso, con una carica di ambiguità percettiva che si traduce una volta di più in presenza inafferrabile, appunto, nella sua apparente decifrabilità. Nel cammino di un decennio, da Il suono giallo alle Tavole di meditazione, agli odierni dipinti Carnevali ha dimostrato la possibilità di dar corpo diverso ad una medesima sensibilità, senza ripetizioni ma anche senza scarti netti, fuori della logica avanguardista della ricerca del nuovo a tutti i costi, come dal manierismo dell’accanimento  su sigle sperimentate. Lungo gli anni  e i molti dipinti ha saputo svolgere un discorso scevro da riduzioni limitanti, perché il suo attestarsi su di una sorta di grado zero è stato sempre in funzione di un arricchimento energetico, su di un registro non quantitativo, ma di intensità significante. Di cui è prova e sigillo l’accanimento sul piano, conseguente certo al rifiuto della mimesi, ma pure estraneo ad analiticità preconcette, di intonazione scientificizzante o ideologica. L’imprendibilità delle immagini qui presentate, a dispetto, ora, della più limpida messa a fuoco di alcune strutture e campiture, è anche frutto dell’impermeabilità ad assunti dimostrativi, a quelli stessi di molta astrazione geometrica, su di una linea alla fine dimostrativa e quindi rappresentativa. Contraddetta anche dalla particolare spazialità di queste “presenze”, non misurabile quantitativamente ma nemmeno astratta, nel significato etimologico del termine, senza peso ma non priva di “corpo”, di quello almeno che non si identifica con la mera solida fisicità. Carnevali non aspira ad un tempo senza tempo, a uno spazio assente. Il suo campo, pittorico e di vita, è estraneo a primordialismi metastorici. E’ invece esistenzialmente legato al fenomeno, tuttavia partecipato non come alternativa all’essenza, che l’artista cerca, seppure come come qualcosa di immanente. Con i frutti per questo mai statici e lontananti che abbiamo sotto gli occhi.

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